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Paladini Vini di Sicilia

BACCO RE DI SICILIA
DAL MAGAZINE DI AMERICA OGGI, quotidiano in lingua italiana edito negli USA
ITINERARI & ENOLOGIA
CULTURA, STORIA E TRADIZIONI VITI-VINICOLE DA MARSALA A PANTELLERIA: DIEGO MAGGIO CI INVITA A CONOSCERLE PIù DA VICINO PER...GUSTARLE MEGLIO

BACCO RE DI SICILIA
di Flavio Giuliano

Possono coesistere ragione e sentimento quando parliamo di vino? Sembrerebbe proprio di si leggendo l’ultimo libro di Diego Maggio, consigliere delegato della FederVini Sicilia e dei Consorzio di Tutela delle doc Marsala e Pantelleria, nonché presidente dei “Paladini dei Vini di Sicilia” e reggente dell’Antica Accademia del Marsala.
Ragioni e sentimenti nella Sicilia del vino”, oltre 250 pagine ricche di splendide fotografie e testi che spaziano tra cultura, storia e tradizione di una delle “arti” più antiche al mondo, la produzione vitivinicola. L’opera conclude la sua trilogia dedicata al vino, cominciata con “Una Provincia d.o.c.” e proseguita con il bilingue “Quella Provincia ad Occidente” (già presentato all’Istituto Italiano di Cultura di Park Avenue a New York nel 2000).
Diego Maggio vive a Marsala, dove è nato ed esercita la professione quale Capo dell’Avvocatura della Provincia di Trapani. E’ tra i fondatori dell’Ugivi (Unione Giuristi del Vino) ed è anche Console per le isole dell’Accademia Italiana Gastronomia Storica, nonché socio corrispondente della Accademia Italiana della Vite e del Vino. Un grande esperto di vini, dunque, ma anche un appassionato autore, anche se lui stesso si definisce “non uno scrittore ma un siciliano orgoglioso”.
Diego Maggio ha appena concluso la sua “tournee” a New York e in New Jersey, dove ha avuto modo di presentare il suo nuovo libro al galà di Casa Colombo e, nel corso di una serata, ospite del professor Gaetano Cipolla dell’Arba Sicula, alla St. John’s University.
Non c’è italianità più vera della vostra – ha detto Maggio rivolgendosi al pubblico presente – La Sicilia sta cercando di riscattare recenti pregiudizi di scarsa qualità, dopo aver conosciuto epoche storiche di grande splendore. Per raggiungere questi obiettivi dobbiamo ispirarci a voi. L’amore per la patria e il senso della famiglia vanno sempre più attenuandosi in Italia, mentre tra voi sono ancora presenti. Dobbiamo raggiungere la vostra qualità se vogliamo promuovere la nostra terra
Attraverso le produzioni di eccellenza e il turismo, cioè, la Sicilia potrebbe ritornare agli antichi fasti e ridiventare la perla del Mediterraneo.
Possiamo farcela – sostiene Maggio – senza assistenzialismo o pietismi. A mezz’ora da Marsala troviamo i resti della civiltà fenicia di Mozia, quelle greche di Segesta e Selinunte, le mitiche isole Egadi e la bellissima città medievale di Erice. Siamo passati da questa storia così importante al pietismo di oggi. Leonardo Sciascia disse in realtà che la Sicilia è “redimibile”. Dalle nostre parti dobbiamo valorizzare le nostre “piccole-grandi” risorse, attraverso lo sviluppo del turismo selezionato…di massa. Siamo impegnati nella valorizzazione del prodotti territoriali: proprio attraverso la tipicità, si può ottenere quel valore aggiunto che può far conseguire uno sviluppo reale attraverso risultati concreti.
Diego Maggio, grazie alle oltre 20 presentazioni di questo suo nuovo libro in Italia e in giro per il mondo, sta promuovendo le tipicità del suo territorio attraverso la divulgazione della cultura e delle tradizioni della propria terra.
Promuovere è diventata un’arte e una scienza. Ma ci vuole passione. Finora, la scarsa conoscenza dei prodotti ha determinato la sostanziale bocciatura dei prodotti siciliani. Occorre puntare sugli importatori giusti, trasmettere loro messaggi appropriati, essere cioè in grado di trasmettere alle persone giuste le proprie conoscenze sulle ricchezze naturali che la nostra terra è in grado di esprimere.
E il libro di Maggio è veramente un compendio di tutto questo: arte, cultura, tradizioni e sentimenti, appunto, di una Sicilia che vuole reagire, non vuole compassione. Una Sicilia che saprà ritornare agli antichi fasti semplicemente dimostrando cosa è ancora in grado di fare.

SICILIAN SHERRY”: LA “FORMULA” DI WOODHOUSE
Fu negli anni Settanta del Settecento che ebbe le sue origini il vino liquoroso che tutti conosciamo semplicemente col nome Marsala.
Un commerciante di Liverpool, John Woodhouse, aveva imparato a Malaga, in Spagna, come si produceva il vino chiamato “mountain”. Pensò di poterlo produrre anche in Sicilia e si trasferì a Marsala. Qui inventò la “formula” di un vino che si affermò tra i grandi vini internazionali dell’epoca. A Marsala si produceva un vino molto forte e antichissimo, chiamato “perpetuum”. A questo, Woodhouse aggiunse il 2% di acquavite, ottenendo il vino liquoroso.
Caricò così 50 barili (36 mila litri) sul suo brigantino “Elizabeth” e dopo un mese di navigazione arrivò in Inghilterra. Era il 1773. Il vino fu battezzato “Sicilian Sherry” ed ebbe uno straordinario successo sul mercato. Fu l’unica novità dell’epoca ad aggiungersi alla lista internazionale dei vini celebri. Furono però Benjamin Ingham e il nipote Joseph Whitaker, insediatisi a Marsala ai primi dell’800 e provenienti dallo Yorkshire a fare la fortuna di questo vino e dell’intera Sicilia. Per loro fu un’autentica miniera d’oro, determinando la nascita dell’imprenditoria vinicola italiana. Esiste ancora oggi, affacciata sul mare, la palazzina in stile neo anglo-siciliano (purtroppo in stato di abbandono), che ospitava uffici e abitazione dell’azienda di Ingham.
La svolta avvenne nel 1833, quando un calabrese, Vincenzo Florio, apri una società proprio tra i due colossi Woodhouse e Ingham. Il Marsala cominciò a parlare italiano. In breve tempo, puntando sulla qualità, iniziò a produrre fino a 500 mila ettolitri di Marsala all’anno, conquistando tantissime onorificenze e divenendo fornitore di Casa Savoia.
Novantanove navi della flotta Florio trasportavano il Marsala per i cinque continenti. Non gli fu consentito di acquistare la centesima nave perché altrimenti avrebbe superato in numero l’intera flotta della casa reale.

La provincia del Marsala, con oltre 70 mila ettari, è la più estesa di tutta Europa, più ancora di quella del Bordeaux.
Con il decreto del 15 ottobre del 1931 venne istituito il territorio di produzione del Marsala, in sostanza il primo vino doc italiano.
Oggi di Marsala se ne fa molto meno che in passato, ma la produzione vinicola annuale complessiva dell’intera provincia di Trapani (ottima e crescente la produzione di eccellenti vini rossi da tavola) è di 3 milioni di ettolitri all’anno.

PASSITO, ULISSE LO BEVEVA CON LA NINFA CALIPSO
Secondo la mitologia, Bacco prese dimora presso l’isola di Pantelleria proprio per la presenza di un ottimo vino, e qui Venere lo andava a incontrare ogni sera, presso il Lago. Anche Ulisse durante i suoi viaggi parla delle viti accanto alla spelonca della Ninfa Calipso, sull’isola di Ogigia (che per molti studiosi sarebbe proprio Pantelleria). Si dice pure che Giacomo Casanova, il famoso latin lover, offrisse alle sue amanti un bicchiere di Passito di Pantelleria.
Più vicina al continente africano che alla Sicilia, l’isola dal nome latino di Cossyra, è habitat ideale per viti longeve.
Le uve di questo vitigno, chiamato Zibibbo (dall’arabo “zaibib”, uva passa), vengono appunto appassite. Ne nasce un mosto di una dolcezza naturale, che fermenta con estrema difficoltà. In questo vino (passito) non tutto lo zucchero si trasforma in alcool, regalando al prodotto finale un profumo intenso, di dattero, miele o albicocche. Il colore è di un’ambra carica e brillante. Dal gusto caldo e morbido, si accompagna molto bene con i dolci. Un vino da dessert eccellente.
Esiste anche un Passito liquoroso, al quale durante la fermentazione viene aggiunto alcool etilico o acquavite di vino moscato, raggiungendo una gradazione superiore ai 21,5 gradi.
Dalle uve non appassite, invece, si ottiene il Moscato di Pantelleria, che può essere anche liquoroso o spumante.
La produzione annua dei vigneti di zibibbo a Pantelleria è ora di circa 30 mila quintali
.


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